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Storia

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“Monterosso, caro Fede, si è ingrandito notevolmente: tutta la cima della collina con la casa che la domina è ora di mia proprietà. Vogliamo finalmente cominciare i lavori di abbellimento con un piano organico architettonico che abbracci tutta la tenuta e le quattro case. Vorrei dare uno stile omogeneo alle case coloniche esistenti e tracciare tutta la collina riducendola a vigna-giardino e bosco in un insieme architettonico. Sulla cima vorrei costruire in un secondo tempo, fra qualche anno, una specie di villa a forti linee dominanti, visibile da lontano in armonia con il grandioso paesaggio”

[26 gennaio 1923 – Lettera del conte Arturo Ottolenghi all’Architetto genovese Federico D’Amato]

 

La storia di un grande progetto

Il complesso di Monterosso ad Acqui Terme, è l’unico esempio in Italia di stretta collaborazione tra: architetti, pittori, scultori e mecenati per dare vita alla creazione di una Dimora padronale caratterizzata dalla presenza di importanti opere d’arte.
La storia di Villa Ottolenghi inizia nel 1923, quando due giovani sposi, Arturo B. Ottolenghi ed Herta Von Wedekind, acquisirono un’antica dimora sulle colline di Borgo Monterosso, così chiamato sin dal Medioevo per la vegetazione composta da alberi dal fogliame rossiccio.
Lui, avvocato discendente da una famiglia di origine ebraica nota ad Acqui; lei, artista tedesca e una spiccata propensione per l’arte; amanti dell’arte e della bellezza furono connubio di mecenatismo per vari esponenti artistici, conducendo un’avventura durata oltre trent’anni.
Innamorati dal panorama che tutt’oggi si può ammirare da qualsiasi punto della villa,ne affidarono la progettazione prima a Federico d’Amato e poi al celebre architetto Marcello Piacentini. Il mecenatismo degli Ottolenghi portò a Monterosso un buon numero di artisti: Ferruccio Ferrazzi, Fortunato Depero, Adolfo Wildt, Libero Andreotti, Fiore Martelli, Arturo Martini, Rosario Murabito, Venanzo Crocetti e Ferruccio Ferrazzi. Fu proprio a Villa Ottolenghi che Arturo Martini produsse e portò alcune delle sue opere più importanti tra cui “Il Tobiolo, Adamo ed Eva , i Leoni di Monterosso”.
Alla morte prima di Arturo, poi di Herta è il figlio Astolfo che si impegna a terminare l’Opera dei genitori. Al completamento della Dimora, situata in cima alla collina, partecipano l’architetto paesaggista Pietro Porcinai, Amerigo Tot con il balcone scultura e Rosario Murabito con i suoi Graffiti.
Non lontano dalla villa il Mausoleo, oggi “Tempio di Herta”, e il parco, ricavato da un preciso disegno scenografico che prende il nome di “Paradiso Terrestre”. L’enorme portale del Tempio, di bronzo, nichel e rame inciso, monumentale opera dei maestri Ernesto e Mario Ferrari, fa da preludio alla bellezza degli affreschi di Ferruccio Ferrazzi, e dei mosaici realizzati dalla scuola musiva di Ravenna, sempre su disegno di Ferruccio Ferrazzi.
E poi intorno alla villa il Giardino formale, il Pozzo, gli Studi, il Cisternone ( o Raccolta delle Acque) e la Passeggiata che corre lungo il perimetro del complesso, i Graffiti, il Pergolato di glicine, la Piscina, la Cantina… sono tappe di un percorso di scoperta che sorprende per la cura del particolare e qua e là spuntano capolavori in ferro battuto come: funghi, tartarughe, uccellini, lumache, le poltrone girevoli in marmo e fra tutto ciò emergono le imponenti Sculture di Herta.

Nel 1979, anno della morte di Astolfo, il sogno della famiglia Ottolenghi si interruppe e inizia lentamente a spegnersi; da testimonianza straordinaria dell’arte moderna, la villa rimane vuota, spogliata di tutti i suoi arredi e abbandonata… Fino al momento in cui, nel 2006, passa a Vittorio Invernizzi il quale si sta impegnando, nel corso degli anni, a ridare un futuro al motto di Arturo ed Herta: “AEDIFICAVIMUS FIDENTER”.